“(…) E’ tutto il giorno che mi torna in mente una poesia su Kabul. Saib – e -Tabrizi la scrisse nel XVII Secolo, credo. Un tempo la conoscevo tutta la memoria, ma ora ne ricordo solo un paio di versi: – Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, né i mille splendidi soli che si nascondono dietro i suoi muri -. Piangeva. Laila gli mise un braccio attorno alla vita. – Oh, Babi. Torneremo. Quando questa guerra sarà finita. Torneremo a Kabul, inshallah. Vedrai”- (…) .
Khaled Hosseini-Mille splendidi soli
Mentre queste righe prendono forma, scorre il giorno 12.09.2021. Proprio ieri, dunque, è stato ricordato il 20º tragico Anniversario della distruzione delle Torri Gemelle a New York. Circa un mese fa, invece, i Talebani facevano il loro ingresso in Afganistan (conquistandone tutte le province ad eccezione del Panshir), mentre, quasi contemporaneamente, in una località francese, un Medico italiano originario di Sesto San Giovanni (MI) lasciava questo Mondo.
Sono numerosi, ed eterogenei, gli spunti di riflessione che i conoscitori, gli appassionati e i professionisti del Diritto Internazionale a più livelli potrebbero (come possono) ricavare dal combinato susseguirsi di queste circostanze. Infatti, a titolo esemplificativo, ma non esaustivo, ci si potrebbe soffermare a ragionare tecnicamente di: terrorismo con matrice non nazionale, guerra, ricorso all’uso della forza, Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (ONU), vocazione dell’ONU, Principio di Autodeterminazione dei Popoli ed Organizzazioni Non Governative (ONG).
In un contesto di accesa, e doverosa, attenzione globale che, da più parti, viene dedicata ai fatti sopra richiamati, la realtà professionale “International Routes Of Law” sceglie il silenzio; o meglio: sceglie di dare spazio ad un recente Articolo che, scritto dal Dottor Gino Strada, è stato pubblicato dal Quotidiano La Stampa in data 13.08.2021 (L’ultimo articolo di Gino Strada pubblicato su La Stampa: così ho visto morire Kabul – La Stampa).
Facendolo, l’intenzione non è quella di aprire un “dibattito” sul suo pensiero. E neppure è quella di celebrarne il percorso personale, piuttosto che l’impegno umanitario ( sia uno che l’altro elemento, oltre tutto, ben noti all’Opinione Pubblica e generalmente apprezzati dalla medesima). L’intento, piuttosto, è quello di sottolineare come, in vita, il fondatore di Emergency abbia fatto ciò che ogni Uomo, per sua stessa natura, dovrebbe provare a mettere in pratica. Ovvero: individuare, nel suo piccolo, un proprio Sogno e tentare di realizzarlo. Qualsiasi esso sia. Certo è che il Sogno di Gino Strada ha avuto, e continua ad avere, un pregio enorme ed innegabile: quello di trovare, sul campo, il coraggio di curare le ferite ( dentro e fuori di metafora). Ferite provocate dai limiti talvolta manifestati dalle strategie politiche, dalla Storia, dagli strumenti con i quali la Comunità Internazionale si rapporta o si disciplina, nonché da talune caratteristiche insite nell’Umanità.
Si parla molto di Afghanistan in questi giorni, dopo anni di coprifuoco mediatico. È difficile ignorare la notizia diffusa ieri: i talebani hanno conquistato anche Lashkar Gah e avanzano molto velocemente, le ambasciate evacuano il loro personale, si teme per l’aeroporto. Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino – meglio: che siano sempre mancate – entrambe. La guerra all’Afghanistan è stata – né più né meno – una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali.
Il Consiglio di Sicurezza – unico organismo internazionale che ha il diritto di ricorrere all’uso della forza – era intervenuto il giorno dopo l’attentato con la risoluzione numero 1368, ma venne ignorato: gli Usa procedettero con una iniziativa militare autonoma (e quindi nella totale illegalità internazionale) perché la decisione di attaccare militarmente e di occupare l’Afghanistan era stata presa nell’autunno del 2000 già dall’Amministrazione Clinton, come si leggeva all’epoca sui giornali pakistani e come suggerisce la tempistica dell’intervento. Il 7 ottobre 2001 l’aviazione Usa diede il via ai bombardamenti aerei.
Ufficialmente l’Afghanistan veniva attaccato perché forniva ospitalità e supporto alla “guerra santa” anti-Usa di Osama bin Laden. Così la “guerra al terrorismo” diventò di fatto la guerra per l’eliminazione del regime talebano al potere dal settembre 1996, dopo che per almeno due anni gli Stati Uniti avevano “trattato” per trovare un accordo con i talebani stessi: il riconoscimento formale e il sostegno economico al regime di Kabul in cambio del controllo delle multinazionali Usa del petrolio sui futuri oleodotti e gasdotti dall’Asia centrale fino al mare, cioè al Pakistan. Ed era innanzitutto il Pakistan (insieme a molti Paesi del Golfo) che aveva dato vita, equipaggiato e finanziato i talebani a partire dal 1994.
Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi. Invito qualche volonteroso a fare questa ricerca sui giornali di allora perché sarebbe educativo per tutti. L’intervento della coalizione internazionale si tradusse, nei primi tre mesi del 2001, solo a Kabul e dintorni, in un numero vittime civili superiore agli attentati di New York.
Nei mesi e negli anni successivi le informazioni sulle vittime sono diventate più incerte: secondo Costs of War della Brown University, circa 241 mila persone sono state vittime dirette della guerra e altre centinaia di migliaia sono morte a causa della fame, delle malattie e della mancanza di servizi essenziali. Solo nell’ultimo decennio, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha registrato almeno 28.866 bambini morti o feriti. E sono numeri certamente sottostimati.
Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme.
Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,5 miliardi di Euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe. Ci sono delle persone che in quel Paese distrutto cercano ancora di tutelare i diritti essenziali. Ad esempio, gli ospedali e lo staff di Emergency – pieni di feriti – continuano a lavorare in mezzo ai combattimenti, correndo anche dei rischi per la propria incolumità: non posso scrivere di Afghanistan senza pensare prima di tutto a loro e agli afghani che stanno soffrendo in questo momento, veri “eroi di guerra”.
Scrivi un commento