Nelle ore comprese tra il 9 Marzo e il 10 Marzo 1945, sulla città nipponica di Tokyo, si consumava quella che oggi il popolo giapponese ricorda come “La Notte della Neve Nera”[1]In questa occasione, decollando dalle Isole Marianne, una flotta aerea statunitense (composta da 334 esemplari – modello B-29 Superfortress) raggiungeva il quartiere di Shitamachi . Ivi venivano sganciate numerose bombe incendiarie a base di Nepalam, unitamente ad altri ordigni; ogni velivolo era privo di qualsivoglia “attrezzatura superflua” in maniera da poter trasportare oltre 7 Tonnellate di esplosivo. La zona colpita veniva appositamente scelta, per mano delle forze armate americane, in quanto ricca di edifici costruiti in legno, ma anche caratterizzata dalla folta presenza di fabbriche atte a fornire i pezzi di ricambio per gli aerei da guerra del Sol Levante.

Così, 41 Km Quadrati di quel centro urbano venivano rapidamente rasi al suolo: il raid sopra descritto cagionava la morte di un numero di persone compreso tra 100.000 e 200.000. Altrettante risultavano ferite e\o decedevano nei giorni immediatamente seguenti anche per l’effetto di gigantesche nubi fumose. Nubi le quali, producendosi, soffocavano indistintamente uomini, donne e bambini. Non solo:  in questi frangenti, venivano sbloccate pure bombe “ritardate” affinché fossero presi di mira i pompieri impiegati nello spegnimento degli incendi cagionati da un primo lancio.

In questi termini, si assisteva impotenti ad un “bombardamento a tappeto”, ovvero alla sperimentazione di una tecnica di intervento bellico “d’aria”. Una operazione strategica “di cielo” consistente nel bersagliare appezzamenti estremamente estesi di territorio nemico. Ciò all’unico scopo di annientare il morale degli abitanti (per indebolirne la capacità di resistenza), nonché al solo fine di paralizzare, o cancellare, gli impianti di produzione industriale, le linee di comunicazione, le infrastrutture e i centri logistici[2] resi vittima di tale meccanismo.

A memoria dello scempio oggetto di queste righe, come di altri orrori simili che si sono registrati lungo la Storia, attualmente, il bombardamento “di saturazione” (sinonimo, quest’ultimo, di bombardamento “a tappeto”) è messo al bando, e condannato, dalla Comunità Internazionale. Per questa via, la Convenzione di Ginevra inerente il Trattamento dei Prigionieri di Guerra[3], insieme al suo Protocollo Aggiuntivo[4], statuisce che: “Sia la popolazione civile che le persone civili non dovranno essere oggetto di attacchi. Sono vietati gli atti o le minacce di violenza il cui scopo principale sia volto a diffondere il terrore fra la popolazione civile (Articolo 51 Paragrafo 2 Protocollo Aggiuntivo). E ancora: “Nella condotta dell’azione militare sul mare o in aria, ciascuna Parte in conflitto dovrà prendere, conformemente ai diritti e doveri che discendono per essa dalle regole del diritto internazionale applicabile nei conflitti armati, tutte le precauzioni ragionevoli per evitare perdite di vita fra la popolazione civile e danni ai beni di carattere civile (Articolo 57 Paragrafo 4 Protocollo Aggiuntivo).

Ad un tale mutamento di prospettiva, sono riconducibili, in epoca moderna, le cosiddette operazioni belliche aventi “precisione chirurgica” e volte al coinvolgimento, o alla distruzione, di soli obiettivi militari. Ovviamente, nonostante i doverosi sforzi teorici e normativi in questo senso, spesso, una battaglia fra eserciti, in quanto tale, (o poiché sempre tale) non concede sconto alcuno.

Dunque, sul piano pratico, non mancano, e non sono mancati, episodi contrastanti consegnataci dalla cronaca. Episodi nell’ambito dei quali tale “precisione chirurgica” è venuta grossolanamente meno aprendo la strada ad un’emorragia di sangue e di capitale umano.

[1] Questo nome si ispira al cumolo di cenere e di macerie riversato, in quel tragico momento, su tutta l’area (civica e civile) annientata.

[2] Codesta forma d’uso della bomba divenne tristemente usuale nei giorni della Seconda Guerra Mondiale. Soprattutto per desiderio degli inglesi e degli americani. Allora, più evidente che in passato, cominciò ad essere percepito il “vantaggio” di servirsi del mezzo aereo come alternativa che poteva ovviare le difficoltà di approvvigionamento, e di scarsa mobilità, tipiche dei cannoni di terra. Pertanto, in quel tempo, i politici da un lato, e gli strateghi dall’altro, si convinsero gradualmente del fatto che, nell’avvenire, le guerre si sarebbero giocate (e risolte) fra le nuvole piuttosto che altrove.

[3] La Convenzione de quo è stata conclusa a Ginevra il 12 Agosto 1949 ed è stata approvata dall’Assemblea Federale nel corso dell’anno successivo. Il “Diritto di Ginevra”, avente ad oggetto la protezione delle vittime dei conflitti armati e della popolazione civile, si è generato partendo dalla Convenzione di Ginevra del 1864. Poi ha trovato una collocazione ulteriore nelle successive Convenzioni di Ginevra del 1906, del 1929 e del 1949.

[4] Il Protocollo richiamato è stato adottato a Ginevra in data 08.06.1977 ed è stato approvato dall’Assemblea Federale nel 1981.