Uno dei più delicati argomenti che, in queste giornate, impera fra le file dei principali mezzi di informazione operativi su scala internazionale è quello relativo alla cosiddetta “ Guerra dei Dazi”. All’apertura delle porte per questo “ scontro” di matrice economica ha dato impulso, e man forte, il Presidente degli Stati Uniti ad oggi in carica, Mr Donald Trump. Quest’ultimo, infatti, a partire dai primi mesi del 2018, ha iniziato a valutare l’opportunità di applicare dazi[1] “a stelle e strisce” sui metalli (nella percentuale del 10{5cdaa187e9b66aa1b99375a724a2ea245969d5a435cf476ddd4a766ee0ff24db} contro l’import di alluminio e nella percentuale del 25{5cdaa187e9b66aa1b99375a724a2ea245969d5a435cf476ddd4a766ee0ff24db} contro l’import dell’acciaio). Secondo il piano del Presidente americano, questa scelta si giustificherebbe, e si spiega, con l’esigenza di contrastare la Cina e la sua costante tendenza a proporre, sul mercato mondiale, beni a basso costo di produzione.

Non si può sottovalutare, tuttavia, che scegliendo di adottare i dazi di cui sopra in prospettiva globale, la Casa Bianca finisce per colpire, penalizzandola massicciamente, anche una fetta importante del commercio estero afferente a numerosi altri Stati, suoi alleati ed amici, fra i quali, a titolo esemplificativo, si annoverano i membri dell’Unione Europea (a partire dalla Germania, dato il ruolo preponderante che, tra i suoi confini, è riconosciuto all’industria siderurgica).

Del resto, la reazione di codesti Paesi non si è fatta attendere e, da più parti, si levano cori critici (partecipati pure da Australia e Canada) che giudicano la nascente politica dei dazi Trumpiana contraria ai principi fondanti il Sistema Multilaterale degli Scambi Commerciali Internazionali, sistema che trova il suo fulcro nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC)[2] e nell’insieme di Accordi che intorno ad essa orbitano.

Codesti Accordi, frutto di un’azione interattiva basata sullo strumento del negoziato multilaterale, mirano a siglare strategie e regole chiare, il ricorso alle quali garantisce che gli scambi commerciali, su scala planetaria, avvengano nel segno del liberalismo, nonché della trasparenza, dell’uguaglianza e dell’equità fra gli Stati che ad essi danno vita. Fra queste regole, seppur in modo sintetico, pare opportuno ricordare: il principio di leale concorrenza e il principio della riduzione delle barriere commerciali (dazi doganali o misure equivalenti). Nessuno di questi valori, però, può essere realmente garantito, nella sua fattiva applicazione, a meno che, a monte, non sia promosso, in tutti i suoi aspetti e le sue implicazioni, il valore della “non discriminazione”.

Così come concepito dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, il principio di “non discriminazione” incide, sul prodotto di importazione, a due livelli. Il primo livello riguarda il trattamento da concedersi a tal prodotto dalla fase in cui il medesimo fa il suo ingresso nella Nazione che lo importa; da questo punto di vista, la regola del “Trattamento Nazionale” impone che i beni e le merci importati ricevano lo stesso trattamento (in punto, per esempio, di standard di sicurezza applicabili, regole di imballaggio, regole di trasporto, ecc.) concesso ai beni e alle merci aventi origine domestica. Il secondo livello, invece, interessa il trattamento concesso nei confronti del prodotto importato “alla frontiera”; su questo versante, la regola della “Nazione più Favorita” obbliga un Paese a riconoscere a ciascun Stato Membro, immediatamente e incondizionatamente, un trattamento non meno favorevole di quello accordato a qualunque altro Stato. A tale regola, pertanto, consegue che i vantaggi, i privilegi, i favori e/o le immunità concessi da una Nazione ad un’altra devono essere estesi a ciascun altro Stato Membro. Illustrato in questi termini, questo assunto può essere disapplicato soltanto in precisi casi di deroga e di eccezione che la stessa OMC ammette e predispone. Basti pensare, in merito, alla possibilità di applicare regimi di trattamento peculiare\preferenziale nei confronti dei Paesi in Via di Sviluppo o nei confronti di Stati che, unendosi, scelgono di costituire, istituendola, una Zona di Integrazione Economica Regionale.

Alla luce di alcune dichiarazioni rilasciate nelle ultime settimane dal Presidente Trump, sembrerebbe prendere forma, in modo abbastanza inequivocabile, la sua intenzione di applicare i dazi, come rimodulati dalla sua Amministrazione e come da lui autorizzati, soltanto ad alcuni Paesi (quali per esempio la terra tedesca che, a suo dire, non avrebbe contribuito sufficientemente alle spese di sostentamento della NATO, Organizzazione Internazionale dedicata alla collaborazione interstatale per la Difesa). Di contro, soluzioni daziali maggiormente morbide dovrebbero essere esperite verso Stati che si sono dimostrati più capaci di contribuire positivamente, oltre che al consolidamento della loro sicurezza interna, alla garanzia di stabilità per la sicurezza nazionale americana e per quella internazionale. Secondo il parere di Donald Trump, oltre tutto, l’atteggiamento protezionista perpetrato in questa modalità gioverebbe all’industria e al tasso di occupazione statunitensi.

Ovviamente questa sua impostazione di pensiero, poiché totalmente in contrasto con il principio di “non discriminazione” che poco sopra abbiamo richiamato, anima marcatamente l’intenzione di alcuni Membri dell’OMC di applicare i rimedi previsti nei confronti degli altri Stati Membri che ne violano la disciplina e la regolamentazione. Più precisamente, tali Membri starebbero infatti già adoperandosi per porre le nuove decisioni del Governo statunitense al vaglio del Sistema di Risoluzione delle Controversie attivo in seno al WTO (World Trade Organization), ma anche per adoperare tutte le contromisure (necessarie e proporzionate) occorrende a  neutralizzare l’effetto negativo di tali statuizioni. L’UE, dal canto suo, per tramite della Commissione Europea e dei suoi rappresentanti avrebbe già dato spazio alla sua intenzione di non rimanere inerte a fronte di questo quadro dato che, per effetto del principio di multilateralismo e di non discriminazione, i dazi applicati verso uno dei suoi Stati Membri (più pesanti o meno compromettenti) dovrebbero essere applicati omogeneamente ai restanti Paesi Membri dell’Unione.

Notoriamente, i tempi di esercizio delle proprie mansioni da parte del Sistema di Risoluzione delle Controversie del WTO (nell’ambito del quale si muovono prima i Panel di Esperti e, successivamente, l’Organo di Appello) sono piuttosto dilatati. Al di là di quello che potrebbe essere il “verdetto finale” sul caso concreto di specie, quelle che spaventano sono le conseguenze critiche che, già nelle more del “giudizio” potrebbero iniziare a configurarsi. Infatti, in un contesto economico fortemente globalizzato come quello attuale, il movimento del commercio europeo influenza inevitabilmente il movimento del commercio “Stars&Strips” e viceversa; pertanto, se è vero che l’imposizione dei dazi americani appena introdotti può comportare problemi nella crescita dell’industria, del consumo e dell’offerta di lavoro europei, alla stessa stregua, di riflesso e per connessione, le medesime difficoltà possono inficiare progressivamente l’economia americana.

Le vicende commerciali che, negli anni e nella Storia, hanno accompagnato, di volta in volta, i Paesi del Mondo, hanno dimostrato che, a differenza di quanto si potrebbe ritenere ad un primo sguardo superficiale, le strategie protezionistiche non facilitano l’aumento di ricchezza, la diminuzione della povertà e l’espansione del mercato del lavoro.

Certamente, non si può negare che la globalizzazione, il liberalismo e il multilateralismo economici portino con sé, oltre che vantaggi irrinunciabili, anche fragilità destinate in potenza ad incidere non favorevolmente sull’economia domestica di ciascun Paese. Tali fragilità, però, a parere di chi scrive, non si possono superare a suon di “muri”, innalzamento nei dazi e nelle barriere commerciali di altra natura. Sarebbe, invece, più opportuno consolidare all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, un dialogo ed un confronto ancor più ampio fra i suoi Membri. Un dialogo orientato al superamento dei limiti (eventuali ed effettivi) che, a più di vent’anni dalla sua istituzione, continuano ad accompagnare codesta Organizzazione. Il tutto a partire da un’ attenzione, sempre nuova rinnovata, che dovrebbe essere rivolta alla sfida di riuscire a sviluppare un commercio mondiale che, per quanto libero, sia in grado di farsi promotore e guardiano dei diritti fondamentali di consumatori e persone. A partire dal diritto alla salute, all’ambiente salubre e a condizioni professionali dignitose.

[1] Con il termine “ dazio”si intende indicare una imposta indiretta, applicata alla dogana, sui prodotti che vengono acquistati o, di contro, venduti da una Nazione all’altra. L’effetto principale  legato all’uso del dazio è quello della lievitazione  nel prezzo del bene venduto al di fuori dei confini nazionali. Ciò al fine di proteggere quello, della stessa tipologia, prodotto nello Stato di importazione.

[2] L’Organizzazione Mondiale del Commercio (al momento composta da 157 Paesi aderenti) è la realtà, di respiro “ sovrannazionale” alla quale è affidato l’obiettivo di regolarizzare, liberalizzandolo nel rispetto di istanze  connesse al raggiungimento di uno sviluppo sostenibile, il commercio internazionale. Tale Organizzazione è stata istituita a Marrakesh nel 1994, dopo che si  è avvertita la necessità di superare taluni punti deboli tipici del precedente Sistema delle Tariffe e degli Scambi Commerciali Internazionali. Codesto sistema per parte sua, si riportava al GATT – General Agreement on Tariffs and Trade (1947).