In data odierna, 08.06.2019, nella città di Roma nostra Capitale, si terrà la Giornata del “Pride”. Trattasi di un momento nel quale i diritti civili di uomini e donne omosessuali, lesbiche, bisessuali, transgender e intersessuali (da questo insieme di parole deriva l’acronimo “Lgbti”) verranno ricordati e rivendicati; il tutto attraverso lo svolgimento di una marcia pacifica, nonché di manifestazioni collaterali anche aventi carattere squisitamente culturale.
Accennare a questo evento mi offre uno spunto per discorrere, seppur in passaggi generali, della questione del riconoscimento dello Status di Asilo Politico in capo a chi fonda la sua richiesta di Protezione Internazionale sulla propria identità di genere e sul proprio orientamento sessuale.
In argomento, giova rammentare che la Convenzione di Ginevra inerente lo Status di Rifugiato (ONU-1951), a mezzo del suo Articolo 1, garantisce il diritto soggettivo di domandare tale Status a chi abbia fondata paura di essere perseguitato a causa di ragioni legate a razza, religione, cittadinanza, opinione politica ed appartenenza ad un determinato gruppo sociale. Dunque, esplicitamente, il testo di codesto disposto normativo non fa riferimento a situazioni coinvolgenti l’orientamento sessuale di qualcuno come fonte di un pericolo per se stesso e per la propria esistenza.
Tuttavia, oggi l’UNHCR, dettando le sue Linee Guida, non incontra alcuna difficoltà ad ammettere che l’identità di genere, quale elemento che costituisce l’identità singola e complessiva di chicchessia, possa effettivamente essere inserita a pieno titolo fra gli elementi rilevanti per la costruzione del concetto di “Rifugiato”.
Quello in questi termini raggiunto appare un traguardo più che legittimo e più che doveroso. Attualmente, del resto, i Paesi del Mondo nei quali gli abitanti della galassia “Lgbti” risultano ancora costretti a nascondersi, o a celare il libero manifestarsi dei loro sentimenti come dei loro gusti sessuali, restano numerosi.
Non a caso, analizzando un Rapporto risalente all’anno 2017 (State Sponsored Homophobia Report), contributo questo reso pubblico dall’ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intesex Association), emerge quanto segue: di questi tempi, sono 73 le Nazioni dotate di norme che, direttamente, criminalizzano i rapporti sessuali intercorrenti tra partners dello stesso sesso, seppur adulti o consenzienti[1].
In 13 Paesi facenti parte delle Nazioni Unite è tuttora prevista l’applicazione della pena capitale a scapito di persone che pratichino approcci carnali con individui appartenenti al medesimo genere sessuale.
Sono 17 gli Stati che si affidano alle leggi contro la propaganda o la promozione di comportamenti sessuali giudicati non tradizionali[2].
Infine, è interessante notare che, nell’anno 2016, tra le 10 dieci nazionalità dalle quali è promanata la maggiore richiesta di Asilo Politico in Italia, 8 sono accompagnate da una regolamentazione estremamente repressiva nei confronti di soggetti omosessuali o transgender.
[1] In 45 di esse (24 Nazioni africane, 13 Nazioni asiatiche, 2 Nazioni americane e 2 Nazioni d’Oceania), tali norme sono applicate indifferentemente nei confronti di uomini e di donne.
[2] Trattasi di 7 Paesi africani, 8 Paesi asiatici e 2 Paesi europei (Russia e Lituania, la quale fa parte dell’Unione Europea).
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