Correva l’anno 1994 e a Ginevra (Svizzera), in data odierna – 09 Febbraio, veniva annunciato il cosiddetto “Piano Vance-Owen”. Tale piano vedeva la luce grazie all’operato di due soggetti, rispettivamente i Signori Cyrus Vance (mediatore per l’ONU) e Lord David Owen (mediatore per l’Unione Europea). A loro era assegnato l’arduo compito di promuovere le trattative di pace che avrebbero dovuto porre fine alla Guerra scoppiata fra i confini dell’ormai ex Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Dal 01.03.1992, generato da spinte nazionaliste e racchiuso nel territorio di Bosnia-Erzegovina, si stava infatti consumando un conflitto etnico di gravissima portata. Un conflitto che disseminava morte e distruzione in maniera indiscriminata quanto impietosa. Una tragedia che, nel 2005, secondo i dati di ricostruzione forniti dal Centro di Ricerca e Documentazione di Sarajevo, contava (consegnandole alla Storia) 93.837 vittime. In base al Progetto “Vance-Owen”, si sarebbe dovuto creare uno Stato Federale dotato di dieci province autonome: la provincia di Sarajevo, tre province serbe, tre province croate e tre province musulmane. Inoltre, tra le sue pagine, era contemplata la nascita di una Corte Costituzionale e la smilitarizzazione di quell’area martoriata. La proposta de quo, in quel momento, cadeva e non andava a buon fine. Essa, però, segnava una battuta fondamentale nel cammino che, l’anno successivo, avrebbe condotto alla conclusione dell’Accordo di Dayton (14.12.1995) e al raggiungimento della tregua definitiva[1]. Un innegabile impulso verso codesto risultato veniva maturato all’indomani dei sanguinosi fatti di Srebrenica, un’enclave musulmana i cui abitanti vennero massacrati per mano delle milizie serbe[2]. Lì, neppure la presenza dei Caschi Blu delle Nazioni Unite riusciva a contenere un tale incubo[3].  Quale realtà professionale d’origine bresciana, www.irol.eu tiene a ricordare che, nel 1993, anche cinque volontari partiti da Brescia, mossisi per scopi umanitari, furono protagonisti di un agguato figlio delle tensioni belliche balcaniche. Di questi cinque, due si sono salvati, mentre tre sono stati barbaramente uccisi.

 

[1] Seduti a questo tavolo del dialogo si trovavano i più insigni rappresentanti delle regioni interessate al confronto. I lavori furono guidati dal mediatore statunitense (Richard Holdbrooke), dall’inviato speciale per l’Unione Europea (Carl Bilt) e dal vice Ministro degli Esteri per la Federazione Russa (Igor Ivanov).

[2] A Srebrenica (città fondata in una fascia della Bosnia a maggioranza serba) si inscenava così il peggior genocidio d’Europa mai registrato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nell’arco di circa 72 ore venivano trucidati più di 8.000 bosniaci musulmani senza esclusione di donne e bambini.

[3] Le operazioni di “Peace-Keeping” non sono contemplate nella Carta delle Nazioni Unite. Esse, piuttosto, sono il frutto di delibere emesse in seno al Consiglio di Sicurezza ONU. Le caratteristiche che le accomunano sono le seguenti: il consenso della Nazione che accoglie l’intervento, la neutralità, l’imparzialità e l’uso della forza esclusivamente per ragioni di legittima difesa.